La nuova sensibilità della reciprocità uomo-donna può essere la strada per superare l’angusto stereotipo del padre padrone senza cadere nel tenerume del “mammo” e ridefinire così un ruolo essenziale
Martedì, memoria di san Giuseppe, è anche per tradizione la festa del papà (anche se per semplificare la festa per tutti sarà oggi). Qualcuno si è chiesto cosa ci sarà mai da festeggiare in una società come la nostra che da molti decenni tenta di estromettere i codici paterni dalla cultura e dalla famiglia, di ridurli a semplici impulsi affettivi, cancellando tutti i processi di identificazione e di trasmissione normativa che il padre incarna, o dovrebbe incarnare, secondo una prospettiva ragionevole, equilibrata e “naturale”, dove le virgolette servono a sottolineare il rischio e l’ambivalenza di evocare la natura.
Osservazione in parte condivisibile, ma che dovremmo cercare di superare con una proposta originale. Nella fatica di staccarci dall’immaginario e dalla sostanza del padre padrone, del padre che non deve chiedere mai, dal padre che si illude di aver pieni diritti sui figli e sulla madre dei suoi figli, ci siamo costruiti una figura eterea, evanescente, più attenta a strappare la benevolenza dei figli che a costruirne il bene autentico, colma di quel tenerume che non giova né alla relazione di coppia né alla crescita dei piccoli. E ora, a metà del guado, incerti tra un passato che vorremmo superare e un presente di cui vediamo tutti i limiti, incapaci di tratteggiare una prospettiva nuova, che da una parte rifiuti la tradizione del padre giudice supremo, con la deriva della violenza di genere, dall’altra prenda le distanze dall’insignificanza del “mammo”, ci accontentiamo di evocare la crisi della paternità senza sforzarci di guardare oltre…….